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Mamùsa = ‘Quella delle acque’.

tre sacerdotesse-guaritrici: la sacerdotessa dei pozzi sacri (creskentìna), la sacerdotessa addetta alle acque termali (cumpòsita), la sibilla delle acque (spensatella).

Dott. Salvatore Dedola - Glottologo

Un numero altissimo di pozzi sacri e piscine rituali equivaleva a una pratica generalizzata da parte dell’intero popolo sardo.

POZZI SACRI

Così come abbiamo visto a riguardo della santificazione del maiale (che in Sardegna divenne l’effige del Dio della Natura grazie al suo miracoloso grufolare in tempo di pioggia), anche l’acqua fu “santificata” in quanto le si riconobbe un potere curativo che spesso raggiungeva livelli di miracolo. Fu questa la causa per cui la Sardegna si riempì di fonti e pozzi sacri, nei quali si captava l’acqua scaturente in assoluta purezza; presso tali fonti la gente andava per le immersioni guidate da tre sacerdotesse-guaritrici: la sacerdotessa dei pozzi sacri (creskentìna), la sacerdotessa addetta alle acque termali (cumpòsita), la sibilla delle acque (spensatella). Probabilmente le tre sacerdotesse potevano operare o distintamente – ognuna presso il proprio pozzo – o congiuntamente; in questo caso dispensavano il proprio impegno a seconda delle esigenze dei fedeli.

Un numero altissimo di pozzi sacri e piscine rituali equivaleva a una pratica generalizzata da parte dell’intero popolo sardo. Non si può immaginare che la pratica fosse simile a quella degli antichi Greci e Romani (thermae), dei Musulmani (bagni turchi), dei popoli nordici (sauna), anche se pure ciò è dimostrato dalle varie terme sarde nonché dalle piccole deliziose terme sardiane presso Tìscali (Sos Carros). Ciò che traspare nitidamente è che il popolo frequentava i pozzi e le fonti sacre per cercare conforto (miracoli) o guarigioni, e nel contempo per operare sul proprio corpo un lavacro speciale, una santificazione, ossia il battesimo, quale oggi s’intende.

tre sacerdotesse-guaritrici: la sacerdotessa dei pozzi sacri (creskentìna), la sacerdotessa addetta alle acque termali (cumpòsita), la sibilla delle acque (spensatella).

Quanto si evince dalle numerose scoperte etimologiche esposte nel volume II della mia Enciclopedia aiuta a sostenere che anche i Sardi ebbero dei riti purificatori simili o identici al Battesimo siro-fenicio-ebraico. Esso era talmente importante, che pure i riti di Adone (il Dio della Natura) erano associati strettamente all’acqua e al Baptismós. Rito arcaico, quello di Adone; si sa che ogni anno alla sua morte la statua veniva portata al mare o ai fiumi, dove veniva sommersa, ossia “battezzata”; l’elemento idrico era la sostanza materiale dove si reificava il “mistero” della Resurrezione di Adone, equivalente alla “Pasqua” cristiana.

Il battesimo a noi interessa per la grande funzione cultuale che riveste nella purificazione individuale. Gesù risorto disse ai discepoli: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato” (Mc 16, 15-16).

Al tempo di Gesù esisteva già un altro rito con lo scopo di cancellare i peccati. Si svolgeva nel Tempio e si ripeteva a ogni autunno, dieci giorni dopo Capodanno. Era lo Yom Kippur, il “Giorno dell’espiazione”, tuttora una delle celebrazioni più solenni e partecipate dell’ebraismo: fino al 70 e.v. si accompagnava un capro espiatorio nel deserto e lo si precipitava da una rupe. Giovanni Battista invece connesse la cancellazione dei peccati al rito del battesimo. Forse che dovette avere dubbi sullo Yom Kippur, o sul capro in sé? Il fatto che Gesù andò a battezzarsi da lui, rivela che anch’Egli avvertì il bisogno di un qualche rinnovamento dei simboli? Non è detto, considerato che Gesù difese sempre le tradizioni del Tempio. A mio avviso, lo scenario di quei tempi va lievemente rimesso a fuoco. Non è che Giovanni il Battista avesse reintrodotto il battesimo, come invece sostiene Mauro Pesce.1 Semplicemente aveva rivalutato una simbologia un po’ “sottotono”, connettendola più decisamente a finalità esoteriche.

Si dice che nell’ebraismo il battesimo non fosse consueto.2 Io non sarei così netto. Il battesimo fu una delle tradizioni più sentite dagli Ebrei, che lo praticavano una volta all’anno. Lo dimostra proprio la città di Gerusalemme, che sorse quale centro di pellegrinaggio battesimale dedicato al dio Šalam (dio della salute). In origine i Cananei si recavano alla “Piscina Antica”, che stava al piede sud della “città di David” (poi nota come piscina di Siloe, alimentata dalle acque della sorgente di Gihon mediante due acquedotti). Dopo il “battesimo rituale” la gente saliva a rendere grazie al tempio di Šalam, il quale doveva stare o entro la cinta di David oppure sul monte Moriah dove poi sorse il Tempio di Salomone (= Šlomo, che deriva da Šalam, nomen omen). In ambo i casi le due cinte murarie avevano, esposta verso l’antica risorsa idrica, la “Porta della fonte” e la “Porta delle acque”, proprio per ricevere direttamente i pellegrini battezzati. Insomma, nella città santa di Gerusalemme non si poteva accedere se non dopo il battesimo.

Nei millenni pre-cristiani, lo stesso accadeva nella città di Sàssari, che sorse su una placca calcarea ricchissima d’acque, ai cui piedi stava la fonte sacra di Guruséle (oggi chiamata con afèresi Ru-séllu, Ruséddu < Je-ru-šalaim ‘città di Šalam’).

Col battesimo del Battista siamo vicini alla prassi battesimale essena, come può essere ricostruita dai Rotoli del Mar Morto. Essi documentano l’esistenza di abluzioni richieste dopo ogni contatto impuro. Per quanto meno frequente, anche per il Battista l’abluzione fù un rito eminentemente penitenziale, di purificazione. La purificazione con acqua era diffusa in tutto il Mediterraneo, appunto con funzione penitenziale-escatologica.

Gli archeologi hanno evinto la sacralità dei pozzi della Sardegna grazie alle attigue fòvee ricchissime di ex-voto. Ma, al solito, non ne hanno indagato né il nome né il profondo significato originario, il quale fu fatto ovviamente sparire dalla tenacia dei preti cristiani. Eppure parecchi indizi – diretti o indiretti – hanno lasciato una memoria limpida delle credenze e delle pratiche del periodo nuragico. Tramite pochi vocaboli possiamo ricomporre il tutto, grazie anzitutto ai cognomi della Sardegna, i quali sono una fonte inesauribile di nozioni relative alla società e alla religione degli antichi Sardi.

Abbiamo anzitutto i cognomi Cambedda e Cabella, con base nell’accadico qābu ‘pozzo’ + ellu ‘puro, sacro’. Significarono ‘pozzo sacro’. L’epentesi -m- di Cambedda si ritrova in molte altre voci del vocabolario a causa di una legge fonetica tutta sarda.

Anche il cognome Cubéddu, Cubello ha base accadica, da ḫuppu ‘pozzo’ + ellu ‘sacro’ = ‘pozzo sacro’.

Oltre ai tre nomi similari dei pozzi, ognuno dei quali prevalente in uno specifico distretto dialettale, ricuperiamo anche il nome del ‘tempio delle Acque’. Era Maimòne, che s’evince da un cognome di ebrei (Cagliari, Alghero, 1365): in Sardegna il nome esiste però da millenni, e lo si ritrova specialmente in Mamòne (nome del sito dove nasce il Tirso, il fiume più lungo), dall’ebraico maim ‘acqua’, accadico māmū ‘acqua’ + sumerico unu (la parte più sacra del tempio) = ‘tempio delle acque’. Con Maimòne fu identificato anche il ‘Dio delle Acque’: infatti ancora oggi nei periodi di siccità si invoca Maimòni, affinché restituisca le piogge alle messi.

Forse è l’abbondanza di epiteti, ma in Sardegna appare chiaro che a signoreggiare sulle acque di fonte ci fosse originariamente una Dea, chiamata Mamùsa, anch’essa nota dai cognomi e derivante dall’accadico māmū ‘acque’ + ša ‘quella di’, ‘quella che’: Mamùsa = ‘Quella delle acque’.

Altre fonti sacre in Sardegna sono dedicate a Luxìa, Lusìa. Sono celebri le fonti di Santa Lucia (Bonorva), dove si attinge un’acqua minerale finissima, tra le più pregiate. Va da sé che, secondo i cantoni linguistici, anche Lusìa fu il nome della ‘Dea delle fonti’, dal sumerico lu-si ‘che accumula acqua’ (lu ‘abbondante, accumulare’ + si ‘riempire, tirare acqua’).

1 Mauro Pesce, Inchiesta su Gesù 215

2 Remo Cacitti, Inchiesta sul Cristianesimo 124